Pompei, cristallizzata dall’immane catastrofe che l’ha travolta nel 79 d.C., è il luogo dove ancora si sente l’eco della presenza dei suoi abitanti, di quella folla indistinta di uomini, donne, bambini, bambine appartenenti a tutte le classi sociali, di cui in qualsiasi altra città romana rimangono poche tracce. Pompei si offre dunque come osservatorio privilegiato anche per conoscere aspetti della vita quotidiana delle donne e della posizione che esse occupavano nella casa e nella società. Tutte le categorie femminili vi sono documentate: matrone, liberte, schiave; tutti i ruoli familiari: mogli, figlie, concubine; tutte le fasi della vita: nascita, infanzia, matrimonio, maternità, morte.
Affreschi, ritratti privati e funerari, graffiti, iscrizioni ed oggetti d’uso ci offrono informazioni preziose sulla vita e le attività di un universo femminile fondamentale per il buon funzionamento della società. Possiamo seguire gli impegni quotidiani delle matrone, nate in famiglie facoltose e responsabili della gestione della casa, dell’educazione dei figli, della cura di sé, ma capaci anche di impegnarsi in attività utili ai cittadini e di finanziare opere pubbliche, donando alla città non solo panem et circenses. Accanto a loro si muovono donne di modesta condizione sociale che si guadagnano la vita lavorando nelle locande, nei laboratori tessili, nelle botteghe oppure vendendo il loro corpo per denaro.
È a questo complesso mondo femminile che è dedicata la mostra.
Cinque donne, cinque vite, cinque destini. In questa mostra fotografica, incontriamo Amaryllis, tessitrice; Asellina, l’ostessa; l’imprenditrice Eumachia; Nevoleia Tyche, la liberata, e la schiava Eutychis. Conosceremo le loro storie, ascolteremo i loro racconti.
A presentare la mostra in occasione dell’inaugurazione l’11 giugno alle ore 18.30, le due curatrici Monica Salvadori e Monica Baggio.
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La mostra è stata organizzata e curata dal Parco Archeologico di Pompei e allestita al Palestra Grande di Pompei nel periodo dal 16 aprile 2025 al 31 gennaio 2026. E’ una grande e rara occasione ora poter portare ad Oslo e all’Istituto Italiano di Cultura una versione ridotta ma alquanto significativa e interessante.